La diffusione della tecnica del debate nelle classi
Un’analisi in ottica di convivenza pacifica e nonviolenta
di Annabella Coiro
Il Debate è una metodologia didattica di origine anglosassone, che si sta diffondendo nelle scuole italiane. Il metodo consiste in una sfida strutturata tra due squadre chiamate a sostenere o confutare una tesi prestabilita, seguendo fasi precise: ricerca delle fonti, esposizione argomentata e dibattito.
Il processo è regolato da tempi rigorosi e ruoli fissi (capitani, relatori, uditori), con una valutazione finale affidata a una giuria.
Come spiegano le Avanguardie Educative di Indire, “il debate consiste in un confronto fra due squadre di studenti che sostengono e controbattono un’affermazione o un argomento dato dal docente, ponendosi in un campo (pro) o nell’altro (contro).”
Proverò a esprimere perché ho profondi dubbi sull’utilizzo del debate in classe.

Spettacolarizzazione vs approfondimento
Poiché il punteggio viene assegnato da una giuria sulla base della performance, il debate può trasformarsi in una gara di retorica e di public speaking superficiale. L’enfasi sulla velocità di parola e sul carisma può penalizzare i contenuti complessi o gli/le studenti più riflessivi che necessitano di tempi lunghi per elaborare concetti profondi.
La natura “dicotomica” della realtà
Il debate divide ogni questione in “Pro” e “Contro”, ma la maggior parte dei problemi del mondo reale è raramente bidimensionale e spesso esiste una pluralità di punti di vista e posizioni. Ridurre tutto a uno scontro tra due fazioni legittima una visione polarizzata della società e dei temi, impedendo la ricerca di soluzioni altre o di sintesi.
Acoltare l’altro per annientare la sua posizione
L’ascolto dell’altro è volto alla confutazione: è un punto chiave che viene riportato come regola, io ascolto l’altro solo per confutarlo. In un approccio di ascolto attivo e costruttivo io ascolto l’altro per comprendere le sue ragioni e non per annullarlo e di questo mi arricchisco. In un’ottica di trasformazione dei conflitti lo sguardo del debate è il contrario di un approccio nonviolento e di una convivenza pacifica.
Rigidità formale
Le regole ferree sui tempi (es. 3 minuti fissi) e sui ruoli possono soffocare la spontaneità del dialogo. Un vero confronto intellettuale dovrebbe essere libero di evolversi, mentre il debate somiglia a un “copione” preimpostato dove conta più rispettare il cronometro che l’ascolto reale dell’interlocutore.
L’agonismo che inibisce l’apprendimento
Per alcune/i studenti, la struttura competitiva a squadre può generare ansia da prestazione. Invece di favorire l’inclusione, il debate rischia di dare spazio solo a chi ha già capacità oratorie, lasciando indietro chi ha ritmi di apprendimento diversi o difficoltà relazionali.
Questo è un punto cruciale: ha senso proporre un’attività che lascia indietro alcuni/alcune studenti, e con quale vantaggio?
Detto questo, riconosco che per molti il debate può risultare stimolante e divertente. Ma è questa la motivazione principale? E può essere sufficiente, soprattutto in presenza di differenze significative tra studenti?
Tutto dipende dagli obiettivi che ci poniamo. Prima di proporre un debate, conviene porsi una domanda cruciale: Perché stiamo proponendo questa attività?
Se l’obiettivo è esplorare temi complessi, si possono considerare altri approcci come:
- Maieutica reciproca, che stimola il ragionamento attraverso domande, favorendo la partecipazione equilibrata e la costruzione autentica del sapere.
- Dialogo deliberativo, che consente di affrontare la complessità senza semplificare e punta a comprendere diverse prospettive per arrivare a sintesi condivise.
- Teatro Forum, che permette di esplorare situazioni reali o simulate assumendo diversi ruoli, sviluppando empatia e capacità di trasformazione collettiva.
Queste alternative possono offrire modalità più inclusive, trasfrmative e approfondite per stimolare il pensiero critico e permettere a tutti e tutte di partecipare attivamente, ciascuno secondo le proprie capacità e tempi.
Il debate per argomentare
Se l’obiettivo principale è sviluppare solo capacità di argomentazione, il debate può essere adattato per ridurre i limiti del modello tradizionale:
- approfondire i temi senza ridurli a un semplice pro/contro, incoraggiando a considerare più prospettive;
- favorire la discussione collaborativa, in cui le idee vengano analizzate insieme, confrontando vantaggi, rischi e conseguenze senza competizione;
- evitare il gruppo vincitore;
- chiudere riflettendo sul processo, sulle prove raccolte, sui punti di vista emersi, eventualmente sottolineare quelli comuni, così da costruire una comprensione collettiva.
In questo modo, il debate mantiene il suo valore formativo sull’argomentazione, ma diventa più inclusivo e attento alle diverse capacità degli studenti. Forse non si chiama più debate però…
In conclusione il punto è chiedersi innanzitutto perché utilizzare in classe un metodo che appartiene ai tribunali, ha origini anglosassoni e anche se qualcuno lo assimila alla disputatio medievale in realtà ha ben poco di quegli obiettivi.
In classe non abbiamo necessità di polirazzare i temi e neanche di costruire tribunali, esistono alternative per argomentare e modalità ibride che possono rendere l’esperienza più inclusiva, profonda e significativa per tutti e tutte gli/le studenti.
(Un sentito grazie a Ornella Loi e al gruppo di educazione civica del forum Scuole per un’educazione nonviolenta per aver stimolato questi pensieri)